La guerra e l’inconscio collettivo: dalla distruzione alla trasformazione
Una riflessione psicoanalitica sulla guerra come manifestazione dell’ombra collettiva e le possibilità di trasformazione attraverso la consapevolezza
Carl Gustav Jung, testimone di due guerre mondiali, comprese profondamente come la guerra rappresenti l’esplosione più devastante di quello che definì l’ombra collettiva. Secondo Jung, l’ombra rappresenta una parte vivente della personalità che vuole manifestarsi in qualche forma e che non può essere eliminata attraverso l’argomentazione razionale o la semplice volontà (Jung, “Psicologia e Alchimia”, 1944). Nel suo pensiero, la guerra non è semplicemente il risultato di conflitti economici o politici, ma la manifestazione di contenuti psichici inconsci che una collettività non è riuscita a integrare.
Jung osservava lucidamente come tutto ciò che rimane inconscio in noi si proietti inevitabilmente sull’altro, e lo ritroviamo nel mondo esterno sotto forma di nemico (Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”, 1961). Quando questi contenuti rimangono non elaborati, tendono a essere proiettati sull’altro, trasformando il diverso nel nemico assoluto. La guerra diventa così il teatro tragico dove l’umanità combatte contro parti di sé che non riesce a riconoscere.
Freud, dal canto suo, aveva intuito questa dinamica già ne “Il disagio della civiltà”, dove descriveva l’uomo non come una creatura mansueta e bisognosa d’amore, ma come un essere che deve annoverare tra le sue caratteristiche pulsionali anche una consistente dose di aggressività (Freud, “Il disagio della civiltà”, 1929). La pulsione di morte – Thanatos – si manifesta nella distruttività bellica come l’altra faccia della pulsione di vita che costruisce la civiltà.
Erich Fromm approfondì questa riflessione distinguendo tra aggressività benigna e maligna. L’aggressività difensiva, secondo Fromm, è al servizio della sopravvivenza dell’individuo e della specie, è filogeneticamente programmata e comune all’uomo e agli animali. L’aggressività maligna, invece – cioè la crudeltà e la distruttività – rappresenta una caratteristica specifica della specie umana (Fromm, “Anatomia della distruttività umana”, 1973).
Jung osservò come durante i conflitti si verifichi quello che definì un “contagio psichico”: in certe circostanze collettive, l’inconscio può improvvisamente divenire attivo e trascinare anche persone ragionevoli e moralmente integre in azioni che sono in stridente contrasto con la loro coscienza e con il loro carattere abituale (Jung, “Presente e futuro”, 1957). La coscienza individuale viene sovrastata da contenuti arcaici dell’inconscio collettivo, portando a una regressione di massa.
Fromm contribuì a questa comprensione analizzando come i sistemi sociali autoritari favoriscano questa regressione. L’autorità, secondo il suo pensiero, non è necessariamente una persona o un’istituzione che impone comandi diretti, ma può manifestarsi in forma più pericolosa come autorità anonima: l’opinione pubblica, il cosiddetto senso comune, o la scienza normale (Fromm, “Fuga dalla libertà”, 1941). Questa dinamica ci insegna quanto sia fragile il confine tra civiltà e barbarie, e quanto sia cruciale il lavoro di consapevolezza per mantenere vigile la coscienza contro le seduzioni dell’identificazione totale con l’archetipo del guerriero distruttivo.
"Se riusciamo a mettere a posto noi stessi, allora tutto può andare meglio"
La guerra rivela così la nostra vulnerabilità collettiva: mostra come facilmente possiamo scivolare nell’identificazione con gli aspetti più primitivi della psiche quando non abbiamo sviluppato sufficienti anticorpi culturali e psicologici.
Qui risiede però il messaggio di speranza che la psicoanalisi ci offre. Jung affermava con convinzione che se c’è qualcosa di sbagliato nel mondo, allora c’è qualcosa di sbagliato in ciascuno di noi; e se riusciamo a mettere a posto noi stessi, allora tutto può andare meglio (Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”, 1961). Di conseguenza, ogni volta che una persona compie un autentico lavoro di analisi e integrazione della propria ombra personale, contribuisce a ridurre la quantità di contenuti inconsci che alimentano l’ombra collettiva.
Fromm sosteneva similmente che il problema principale della psicologia non è spiegare come l’uomo possa essere cattivo, ma piuttosto spiegare come possa diventare buono nonostante tutte le influenze che tendono a renderlo cattivo (Fromm, “Il cuore dell’uomo”, 1964). Quando nel mio studio di analista accompagno una persona nel riconoscimento e nell’integrazione dei propri aspetti aggressivi, possessivi, invidiosi – tutto ciò che preferirebbe non vedere di sé – sto contribuendo a un processo più ampio. Ogni volta che qualcuno smette di proiettare il proprio “male” sull’altro e impara a riconoscerlo come parte della propria umanità, si sottrae una piccola quota all’energia psichica che alimenta i conflitti collettivi.
La psicoanalisi non ci insegna a eliminare l’aggressività – cosa impossibile e nemmeno auspicabile – ma a trasformarla.
La psicoanalisi non ci insegna a eliminare l’aggressività – cosa impossibile e nemmeno auspicabile – ma a trasformarla. Come osservava Freud, Eros e Thanatos, pulsione di vita e pulsione di distruzione, operano l’uno contro l’altro nel mondo dei fenomeni in una dialettica costante (Freud, “L’Io e l’Es”, 1922). L’energia aggressiva può diventare forza costruttiva: determinazione nel perseguire obiettivi, capacità di stabilire confini sani, coraggio nel difendere i propri valori senza distruggere l’altro.
Fromm approfondiva questa distinzione sostenendo che la distruttività è il risultato di una vita non vissuta. L’individuo che non è riuscito a realizzare le proprie potenzialità, i cui scopi nella vita sono stati frustrati, tende a distruggere per il gusto della distruzione (Fromm, “Fuga dalla libertà”, 1941). Nel lavoro terapeutico vedo quotidianamente questa trasformazione: pazienti che imparano a dire “no” senza ferire, che sviluppano assertività senza aggressività, che trovano modi creativi per esprimere la propria forza senza annientare. Questa è la microtrasformazione che, moltiplicata per milioni di individui, può cambiare il volto del mondo.
Quando una persona impara a riconoscere in sé la capacità di odio, invidia, distruttività, paradossalmente diventa più capace di comprendere queste dinamiche negli altri senza demonizzarle
Un altro elemento cruciale che emerge dal lavoro analitico è lo sviluppo dell’empatia autentica. Quando una persona impara a riconoscere in sé la capacità di odio, invidia, distruttività, paradossalmente diventa più capace di comprendere queste dinamiche negli altri senza demonizzarle.
Jung ci ricordava che conoscere la propria oscurità rappresenta il metodo migliore per affrontare l’oscurità delle altre persone (Jung, “Lettere”, 1973). L’empatia matura non è buonismo ingenuo, ma la capacità di riconoscere nell’altro la stessa complessità umana che abitiamo noi stessi.
Fromm aggiungeva una dimensione sociale cruciale definendo l’amore come l’unica risposta sana e soddisfacente al problema dell’esistenza umana. Per amore, però, non intendeva alcun sentimento sentimentale, ma l’atteggiamento che determina l’orientamento di carattere di una persona verso il mondo nella sua totalità, non verso un singolo “oggetto” dell’amore (Fromm, “L’arte di amare”, 1956). Questa consapevolezza rende molto più difficile la disumanizzazione del nemico, processo psicologico essenziale per scatenare e mantenere una guerra.
Jung ci ricorda una verità scomoda ma liberatoria: non sono i grandi e i piccoli eventi esteriori che decidono della felicità o infelicità dell’uomo, ma il modo in cui egli li sperimenta psicologicamente (Jung, “Ricordi, sogni, riflessioni”, 1961). Noi non siamo vittime passive della storia, ma suoi co-creatori inconsci. Ogni nostro conflitto irrisolto, ogni nostra proiezione non elaborata, ogni nostro impulso aggressivo non trasformato contribuisce al clima psicologico collettivo da cui nascono i conflitti.
Ma questo significa anche che abbiamo un potere: quello di sottrarci a questa dinamica attraverso il lavoro su noi stessi. Come affermava Fromm, l’uomo può distruggere e può creare, può regredire e diventare prossimo all’animale, e può progredire e diventare un santo o un artista. Quale di queste due possibilità si realizzerà dipende da lui e dalla sua capacità di udire la voce della coscienza (Fromm, “Psicanalisi della società contemporanea”, 1955). Non è retorica spirituale, ma una possibilità concreta e verificabile nell’esperienza clinica quotidiana.
La speranza che la psicoanalisi ci offre è quella di una possibile evoluzione della coscienza umana. Jung parlava dell’emergere di una nuova coscienza collettiva, sostenendo che il futuro dell’umanità dipende molto più dall’uomo morale che non dall’inventore di nuovi mezzi di distruzione (Jung, “Presente e futuro”, 1957). Una coscienza più matura e integrata, capace di contenere le opposizioni senza dover ricorrere alla distruzione dell’altro.
Fromm condivideva questa visione evolutiva affermando che il progresso sociale e individuale consiste nell’emancipazione dalle catene che impediscono la realizzazione della libertà, della dignità e della felicità umana (Fromm, “Marx e Freud”, 1962). Questa evoluzione passa necessariamente attraverso il coraggio di guardare in faccia la propria ombra, di riconoscere la propria capacità di male, di integrare gli aspetti più scomodi della propria umanità. Solo così possiamo smettere di aver bisogno di nemici esterni su cui proiettare ciò che non accettiamo di noi.
Ogni seduta di analisi in cui qualcuno fa pace con un aspetto rifiutato di sé, ogni momento in cui una persona sceglie la comprensione invece del giudizio, ogni volta che qualcuno trasforma la propria rabbia in energia costruttiva, rappresenta un piccolo ma significativo contributo alla pace mondiale.
Ogni persona che guarisce dalla propria inconsapevolezza contribuisce alla guarigione collettiva
Non è un’esagerazione: è la comprensione profonda di come funziona la psiche umana nella sua dimensione sia individuale che collettiva. La pace non è solo assenza di guerra, ma presenza di una coscienza sufficientemente matura da contenere i conflitti senza dover ricorrere alla distruzione.
Anche nei momenti più bui della storia umana, quando le forze distruttive sembrano prevalere, il lavoro di consapevolezza individuale continua silenziosamente a tessere una rete di trasformazione. Ogni persona che guarisce dalla propria inconsapevolezza contribuisce alla guarigione collettiva.
La guerra ci mostra l’abisso verso cui può precipitare l’umanità quando l’ombra non è riconosciuta e integrata. Ma ci ricorda anche quanto sia prezioso e urgente il lavoro di ciascuno su se stesso. Non come fuga individualistica dai problemi del mondo, ma come il contributo più autentico che possiamo dare alla costruzione di un futuro diverso.
La trasformazione del mondo inizia dalla trasformazione di sé. Non perché siamo onnipotenti, ma perché siamo responsabili. E in questa responsabilità risiede la nostra più profonda speranza di cambiamento.
Di Valentina Coletta
Iscritta all'Albo A dell'Ordine degli Psicologi del Lazio. Offro percorsi di counseling e sostegno psicologico rivolti ad adulti, adolescenti e bambini, occupandomi in particolare di disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, problematiche identitarie, disturbi del comportamento, ADHD, esperienze migratorie, e sessualità. Ricevo a Roma e sono disponibile anche per consulenze online.

Alessandra
Articolo molto interessante